giovedì 12 giugno 2014

Curiosità Mondiali # 1

Tempo di Mondiali e finalmente termina l'estenuante attesa di quattro anni! Per dare il benvenuto all'edizione del 2014, ecco una piccola curiosità riguardante le squadre vincitrici del mondiale: non era mai successo che una futura nazionale campione del mondo perdesse la partita d'esordio, al limite si erano verificati due pareggi (Inghilterra '66 e Italia '82). Ad infrangere questo tabù del calcio è stata la nazionale spagnola quattro anni fa ai mondiali Sudafricani, che nonostante la sconfitta nell'esordio conro la Svizzera per 0-1 (rete di Gelson Fernandes), è riuscita a vincere la sua prima coppa del mondo...
Ecco tutti gli altri esordi delle squadre che poi hanno vinto il mondiale:

1930 - Uruguay-Perù 1-0
1934 - Italia-Stati Uniti 7-1
1938 - Italia-Norvegia 2-1
1950 - Uruguay-Bolivia 8-0
1954 - Germania Ovest-Turchia 4-1
1958 - Brasile-Austria 3-0
1962 - Brasile-Messico 2-0
1966 - Inghilterra-Uruguay 0-0
1970 - Brasile-Cecoslovacchia 4-1
1974 - Germania Ovest-Cile 1-0
1978 - Argentina-Ungheria 2-1
1982 - Italia-Polonia 0-0
1986 - Argentina-Corea del Sud 3-1
1990 - Germania Ovest-Jugoslavia 4-1
1994 - Brasile-Russia 2-0
1998 - Francia-Sudafrica 3-0
2002 - Brasile-Turchia 2-1
2006 - Italia-Ghana 2-0
2010 - Spagna-Svizzera 0-1
2014...?

domenica 11 maggio 2014

El tractor spegne il motore

Nel 1995 l'Inter era appena tornata in mano ad un Moratti; Massimo, il figlio di Angelo presidente della grande Inter degli anni '60.
Nella foto sotto, a fianco della bandiera nerazzura Giacinto Facchetti, ci sono due dei giocatori acquistati per tentare di riportare l'Inter ai grandi livelli e presentati il 5 giugno 1995 alla terrazza Martini. Il ragazzo alla sinistra di Facchetti si chiama Sebastian Rambert e le attenzioni sono un po' tutte per lui. Talento dell'Independiente, soprannominato "avioncito", per l'aeroplanino mimato dopo i gol. Anche il timido ragazzo alla destra è argentino, il suo nome è Javier Zanetti, ha 21 anni ma è poco conosciuto, si sa solo che ha giocato per il Banfield nell'ultima stagione e che il suo acquisto è stato avallato direttamente dal presidente Massimo Moratti e segnalato (come Rambert) da Angelillo. In luglio si presenta a Cavalese, sede del ritiro interista; da solo, con un sacchetto del supermercato in mano. Ad attenderlo solo due giornalisti. "Sono Zanetti, è qui il ritiro dell'Inter?"

19 anni dopo, Javier Zanetti è entrato nella storia del club, mentre Rambert ha collezionato solo due presenze (e nessuna in campionato) prima di essere ceduto già nel mercato invernale del 1995-96! A proposito di Rambert, Zanetti avrà modo di dichiarare in seguito: "Forse sono stato solo più fortunato di Sebastian – lui è comunque un buon giocatore, che non è riuscito a sfondare nell’Inter anche perché era reduce da un brutto infortunio al ginocchio"


Quando è arrivato in Italia, era uno dei 4 stranieri presenti in squadra (oltre al già citato Rambert, c'erano anche Paul Ince e Roberto Carlos), ma solo tre possono scendere in campo; rischia di essere il giocatore sacrificato, ma l'allenatore Ottavio Bianchi dimostra subito di credere in lui. Con grinta e determinazione si conquista il posto da titolare, posto che ha conservato fino alla fine della carriera a prescindere dagli allenatori che sedevano in panchina; terzino, centrocampista esterno, ala, centrale di centrocampo: ha ricoperto praticamente tutti i ruoli possibili, sempre pronto a sacrificarsi per la squadra. Probabilmente questa umiltà deriva dalla sua infanzia, quando giocava con le scarpette consumate nei campi polverosi; quando è stato scartato dall'Independiente per il fisico troppo gracile e per un anno ha smesso di giocare concentrandosi solo sullo studio e sul lavoro aiutando il padre muratore: gli servirà per sviluppare il suo fisico. Proprio il padre lo convince a riprendere a giocare e la possibilità arriva grazie al Talleres dove gioca il fratello Sergio, ma Javier - pur di non passare come raccomandato - aspettò che il fratello venisse ceduto prima di cominciare a giocare per la squadra.

E' rimasto negli anni sempre molto legato a Facchetti. Quando al dirigente interista diagnosticarono il tumore al pancreas, Zanetti andò spesso a trovarlo in ospedale. In una delle ultime visite strappò un sorriso a Facchetti promettendogli di portare il giorno successivo la Supercoppa Italiana; dopo essere stata sotto per 0-3 contro la Roma a San Siro, la squadra nerazzurra rimonta e vince ai supplementari per 4-3 e Zanetti torna a fare visita a Facchetti con il trofeo. Otto giorni dopo, il 4 settembre 2006 il grande Giacinto morì. Nel 2011, dopo la vittoria della coppa Italia ricevette un sms dalla madre che si trovava in Argentina: "Figlio, complimenti, sono felicissima per te...ti voglio bene". Ma Javier non fece in tempo a rispondere al messaggio, perché poche ore dopo la madre morì per un infarto.

Soprannominato "Pupi" perché in Argentina giocava in una squadra con ben cinque giocatori di nome Javier, ma soprattutto "El tractor" per la sua grande forza fisica che metteva nelle sue sgroppate sulle fasce. Quella forza e quella volontà che gli ha consentito di giocare fino a 41 anni riprendendosi dal gravissimo infortunio al tendine d'Achille dell'Aprile 2013, quando pochi giorni dopo l'operazione dichiarava che il suo sogno era solo quello di giocare un'altra partita con la maglia dell'Inter; ci è riuscito dopo 195 giorni di grande lavoro, nonostante l'avanzare implacabile dell'età. Più di mille partite disputate in tutta la sua carriera, secondo per presenze in serie A dietro al solo Maldini (e con sei stagioni in meno giocate in serie A). Due sole espulsioni in vent'anni in Italia. Tanti successi e tante delusioni. Il rispetto e l'ammirazione di tutti conquistato in ognuna delle migliaia di partite disputate. Sull'ultima fascia da capitano indossata a San Siro l'altra sera, i nomi di tutti i suoi compagni di squadra di questa favolosa avventura. Il numero 4 merita di non essere più indossato da nessun altro giocatore interista.



martedì 29 aprile 2014

L'addio a Vilanova e Boskov

E' stato un weekend difficile quello appena concluso per il mondo del calcio. Difficile perchè nel giro di poche ore hanno lasciato questo mondo Tito Vilanova e Vujadin Boskov. Due allenatori molto diversi tra di loro ma che hanno lasciato un segno indelebile nel calcio di ieri e di oggi...

Tito Villanova è morto giovanissimo, a soli 45 anni a causa di un tumore che lo perseguitava da diversi anni. Arrivato alla Masia (la celebre casa dove si forgiano i talenti blaugrana) nel 1984, stringe subito amicizia con un tale Josep Guardiola, più giovane di tre anni; formano il "club dei golosi" perchè hanno preso l'abitudine di portare in sede a disposizione dei cuochi i prodotti tipici delle loro città. Il diverso talento dei due giocatori fa prendere strade diverse e così Vilanova dopo una discreta carriera da calciatore finisce ad allenare il Barcellona B nel 2002: in squadra giocano tre giovanotti niente male, Leo Messi, Cesc Fabregas e Gerard Piqué, ma la nomina a presidente di Joan Laporta porta una rivoluzione all'interno del club e Vilanova deve lasciare il suo posto; ci pensa però il vecchio amico Guardiola a richiamarlo alla Masia, quando viene nominato allenatore della squadra B nell'estate 2007. Un sodalizio durato 5 anni, gli ultimi quattro alla guida della prima squadra vincendo 14 trofei su 19 disponibili, un record incredibile! Vilanova era l'ombra fedele di Guardiola, il tattico, il saggio, quello che consigliava i cambi; non per niente era l'allenatore in seconda più pagato al mondo!
Il tumore inizia a manifestarsi nel 2011, quando diventa famoso (suo malgrado) anche per la famosa ditata in un occhio di Mourinho nel ritorno della Supercoppa di Spagna (che poi in conferenza stampa lo chiamerà "Pito" Vilanova, "pisellino"); nel frattempo comincia la chemioterapia e si allontana momentaneamente dalla panchina ma per Guardiola è così importante che lo chiama al telefono durante una partita per un suo rapido consiglio. Dopo l'addio di Pep, la decisione di promuoverlo come capo allenatore era scontata, vista anche l'approvazione di tutti i giocatori. Il Barça vince la Liga, ma la stagione è stata tutt'altro che facile: il 20 dicembre 2012 deve rinunciare alla panchina e vola a New York per curarsi. La squadra nel frattempo viene guidata dal suo amico e collaboratore Jordi Roura ed è talmente forte che non risente del contraccolpo psicologico e conquista il campionato con il record eguagliato dei 100 punti in campionato. Tito ritorna per la fine del campionato e tutto sembra alle spalle, ma la gravità della situazione dello sfortunato allenatore emerge chiaramente nel luglio 2013: con la squadra ormai già proiettata all'inizio della stagione, l'allenatore annuncia le sue dimissioni per il ripresentarsi del tumore. Era stato presentato dal club il 27 aprile 2012, a 728 giorni da quella ricorrenza ha perso la sua battaglia contro la malattia.



Ha avuto ovviamente un maggiore impatto emotivo la scomparsa di Vujadin Boskov grazie alla sua lunga permaneza in Italia. Nato a Begec, un paesino vicino a Novi Sad nel 1931; siamo nella Voivodina, provincia autonoma dell'allora Jugoslavia (che a differenza del Kosovo non ha mai proclamato l'indipendenza) e Boskov comincia a giocare per la squadra locale dal 1950 fino al 1960. Nel 1961 sbarca in Italia (prima dei 30 anni c'era una regola che vietava ai giocatori slavi di trasferirsi all'estero) alla Sampdoria ma ci rimane una sola stagione a causa degli infortuni. Chiude la carriera da giocatore in Svizzera nello Young Boys, che sarà anche la prima squadra che allenerà subito dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.
Alla Sampdoria ha raggiunto la gloria, ma il percorso che ha portato l'allenatore serbo ai libri di storia del calcio italiano è stato lungo e sicuramente non facile. Dal 1964 al 1971 torna in patria per allenare il Vojvodina (è riuscito ad allenare tutte le squadre in cui ha giocato, compresa la nazionale serba in due parentesi, dal '71 al '73 e dal 1999 al 2001 sua ultima esperienza in panchina). Finisce in Olanda, prima all'ADO Den Haag dove vince una coppa d'Olanda nel 1975 e poi al Feyenoord dal '76 al '78. Sbarca in Spagna prima al Real Saragoza per poi approdare su una delle panchine più prestigiose del mondo, quella del Real Madrid! Il bottino è buono (una Liga, una Copa del Rey e una finale di Coppa Campioni persa) ma non basta; Boskov è un giramondo, ed è uno che non ha paura a mettersi in gioco: pochi anni dopo l'esperienza a Madrid, riparte con grande umiltà dall'Ascoli in serie B e centra subito la promozione. L'anno dopo, siamo nel 1986, guida la Sampdoria: per sei anni sarà il profeta della Genova blucerchiata, riuscendo a vincere lo scudetto nel 90-91 (ultima squadra a riuscirci al di fuori dal solito triangolo Milano-Torino-Roma), due coppe Italia (87-88 e 88-89), una Supercoppa Italiana (1991), una Coppa delle Coppe (1990). C'è la torta ma manca la ciliegina che poteva essere la coppa dei Campioni, ma la punizione di Ronald Koeman al 112' gela i sogni dei blucerchiati. L'anno dopo è alla Roma e fa esordire un Francesco Totti appena sedicenne. Seguono un biennio al Napoli, una parentesi svizzera al Servette, il ritorno alla Samp, il Perugia e la nazionale jugoslava prima del ritiro.


E' difficile però non ricordare Boskov, oltre che per i suoi successi in campo, per i suoi formidabili aforismi. Intelligente, furbo, ironico...forse solo "umano", uno di quei personaggi che mancano nel calcio di oggi. Diciamo anche che è ingiusto ricordarlo (come in molti stanno facendo) SOLO per le sue perle con i giornalisti e che prima di tutto è stato un signor tecnico...ecco comunque alcune delle sue frasi più celebri; ci sono le battute fulminanti:
"Benny Carbone con sue finte disorienta avversari ma pure compagni"
"Io penso che tua testa buona solo per tenere cappello" rivolto ad un giornalista.
Quando Gullit arrivò a Genova: "Gullit è come cervo che esce di foresta" e quando tornò al Milan "Gullit è come cervo ritornato in foresta"
Memorabile il suo giudizio sull'urugaiano del Genoa José Perdomo: "Se io slego il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo", con precisazione successiva "Io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane"

Geniali i suoi aforismi con i quali ribadiva delle grandi ovvietà (un modo come un altro per sottolineare che spesso il calcio è un gioco molto semplice):
"È rigore quando arbitro fischia"
"Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti""Più bravi di Boskov sono quelli che stanno sopra di lui in classifica"
"Chi non tira in porta non segna"
"La zona? Un brocco resta brocco anche se gioca a zona. Dov'è lo spettacolo?"

"Partita finisce quando arbitro fischia". Purtroppo la partita è finita. Ciao Vuja.

sabato 15 febbraio 2014

La foto della settimana - Pablo Aurrecochea

Non è un portiere famoso per le sue doti, piuttosto per le originali divise che sfoggia durante le partite...principalmente sono raffigurati dei personaggi dei fumetti o dei cartoni animati, ecco alcune delle migliori esibite dal portiere uruguaiano! Buona visione









giovedì 6 febbraio 2014

Giapponesi in Italia (2-2)

Dopo la prima puntata (che avete letto, vero?), eccoci ai calciatori giapponesi che recentemente sono transitati in Italia...

Takayuki Morimoto è sempre stato un predestinato. Esordisce nella lega giapponese (la J-League), giocando per i Tokyo Verdy a soli 15 anni, 10 mesi e 6 giorni!
Nagatomo
Nell'estate 2006 viene acquistato in prestito dal Catania; dopo qualche mese di adattamento e di allenamenti senza vedere il campo, l'esordio è di quelli da sogno: si gioca a Bergamo contro l'Atalanta e i siciliani sono sotto di una rete; al 38' della ripresa entra Morimoto e dopo quattro minuti insacca il pareggio! Purtroppo dopo l'inizio col botto, arriva un grave infortunio al crociato che lo tiene fuori per il resto della stagione, ma nonostante questo viene acquistato a titolo definitivo dal Catania. Gli anni che seguono non lo vedono mai protagonista fino in fondo, si tenta anche con un prestito al Novara neopromosso in serie A ma la consacrazione non arriva mai. Infatti viene prima ceduto in prestito negli Emirati all'Al Nasr (dove ritrova Walter Zenga in panchina e Giuseppe Mascara, con cui aveva lavorato a Catania).

Più fortunata l'esperienza di Yuto Nagatomo. Dopo la gavetta al FC Tokyo viene acquistato dal Cesena nell'estate 2010. Dopo una buona prima parte di campionato con la squadra romagnola, viene acquistato dall'Inter; si fa notare per il suo impegno, la sua corsa e i suoi inchini dopo i gol segnati (che non sono neanche pochi per un laterale difensivo, 8 per ora). Nel 2013 vince anche il premio per il calciatore asiatico internazionale (riservato a chi gioca in un campionato extra-asiatico)

Nagatomo
Attendiamo con ansia di vedere sul campo il nuovo arrivato Keisuke Honda (pronuncia corretta Kèiske Hondà), acquistato dal Milan a parametro zero dal CSKA Mosca. Se non altro rispetto ai suoi connazionali vanta già una notevole esperienza all'estero, anche se in campionati molto differenti da quello italiano come quello olandese e russo. Nel gennaio 2008 viene acquistato dalla squadra olandese VVV-Venlo, anche se al termine della stagione retrocede; ma Honda è il principale artefice dell'immediata promozione con 16 reti e per tutti diventa "Keizer Keisuke" (l'Imperatore Keisuke); comincia bene anche l'anno successivo (6 reti in 18 partite) tanto da essere acquistato dai russi durante il mercato invernale...

Honda

domenica 2 febbraio 2014

Giapponesi in Italia (1-2)

Con il calcio che diventa sempre più globale, anche paesi che non hanno mai vantato particolari tradizioni calcistiche o campioni memorabili possono diventare serbatoi per campionati importanti. Qui in Italia non c'è mai stata una vera e propria "invasione" giapponese, ma ricordiamo comunque tutti i giocatori transitati nel nostro campionato...

Il primo è stato Kazuyoshi Miura. La curiosità è veramente tanta attorno a questo giocatore acquistato dal Genoa del presidente Spinelli: un po' c'è la fastidiosa sensazione che sia più un'operazione di marketing (sospetto che spesso accompagnerà i giocatori asiatici anche se la tendenza fortunatamente sembra in calo) anche perché l'ingaggio lo paga uno sponsor del giocatore e i diritti delle partite del Grifone sono acquistati dalla Fuji Television. Un po' è la storia del giocatore che incuriosisce: a 15 anni Miura si reca in Brasile per imparare dai maestri rimanendo quattro anni (dal 1986 al 1990). Quando torna in patria, si afferma come uno dei migliori calciatori dell'epoca, 36 reti in un anno coi Verdy Kawasaki, ma la voglia di confrontarsi con l'estero rimane. Ed ecco l'Italia. Miura sbarca nel capoluogo ligure nel 1994 seguito dal solito stuolo di connazionali al seguito ma il benvenuto sul campo glielo dà Franco Baresi, che con una gomitata gli apre lo zigomo... Famoso il suo unico gol segnato (nel derby perso 2-3 contro la Sampdoria) e poi il progressivo declino anche perché il mister Franco Scoglio non è per nulla convinto dall'operazione imbastita dal presidente Spinelli e Miura chiude con 21 presenze (di cui molte a partita in corso). Torna ai Verdy Kawasaki e riprende a segnare e a vincere premi e campionati. A fine carriera per lui anche delle brevi esperienze con la Dinamo Zagabria e col Sydney FC (l'attuale squadra di Alex Del Piero) coi quali disputa il Mondiale per Club del 2005...

Miura
Di tutti i giapponesi sbarcati in Italia, quello che forse è rimasto di più nell'immaginario collettivo è Hidetoshi Nakata (grazie anche al traduttore sbeffeggiato dalla Gialappa's...); classe 1977, centrocampista/trequartista dotato di visione di gioco e ottima tecnica, comincia a giocare nel campionato nipponico nel 1995 con i Bellamare Hiratsuka. Nel 1998 viene scoperto da quel volpone di Luciano Gaucci che lo acquista per il Perugia: esordio favoloso con doppietta alla Juventus, la squadra presso la quale due anni prima svolse un provino di un mese che però non andò a buon fine e che verrà regolarmente punita durante la carriera italiana dalla vendetta del giocatore giapponese. La prima stagione realizza 10 gol e il Perugia di Ilario Castagner conquista una comoda salvezza; l'anno dopo sulla panchina si siede Carletto Mazzone e all'inizio il rapporto è un po' problematico, anche se poi migliora tanto che al mercato di gennaio, Gaucci può realizzare una grossa plusvalenza cedendo il giapponese alla Roma per 36 miliardi di lire! Sbarcato a Roma, non trova tanto spazio, c'è Totti nel pieno della sua carriera e Capello preferisce schierarlo dalla panchina. Ma rimarrà un giocatore indimenticabile per i tifosi giallorossi quando sostituisce Totti nella ripresa di una gara decisiva contro la Juve (e 2!): segna una rete favolosa e un suo tiro viene ribadito in rete dopo una respinta incerta del portiere juventino Edwin Van der Sar. La Roma che a cinque giornate dalla fine, mantiene 6 punti di vantaggio sulla Juventus e al termine del campionato arriverà il terzo scudetto per la Roma...
Nakata
Ma oltre che alla prestazione, il suo nome viene ricordato anche alla battaglia politica che è stata combattuta prima della partita: in quegli anni si potevano schierare solo tre extra-comunitari e la Roma con Nakata era arrivata a quattro (infatti il giapponese spesso si accomodava in tribuna). Ma alla viglia della partita una sentenza della corte Federale cambia tutto: si possono schierare quattro extra...Una sentenza vergognosa che cambia le regole del gioco a gioco ampiamente in corso (con l'ulteriore beffa che uno di questi giocatori sarà determinante per la vittoria finale). Come detto però, Hidetoshi trova poco spazio e allora si trasferisce al Parma: fino a gennaio 2004 si confermerà come uno dei migliori centrocampisti del campionato, conquistando anche una coppa Italia contro la...Juventus (e 3!) segnando un gol nella finale di andata. A gennaio passa al Bologna, poi la stagione successiva gioca per la Fiorentina ma gioca poco e male. C'è tempo solo per disputare una stagione, in Premier League al Bolton. Si ritira dopo i Mondiali del 2006 ad appena 29 anni. Sente di aver dato tutto quello che poteva al calcio così saluta tutti e in 60.000 assistono alla sua partita d'addio a Yokohama...

Di ben altro spessore due giapponesi che sono transitati in Italia senza lasciare particolari tracce: cominciamo da Hiroshi Nanami, centrocampista nato nel 1972. Si mette in mostra nel Jublio Iwata (insieme a Totò Schillaci) fino a quando nel 1999 Zamparini pensa di acquistarlo per il suo Venezia. L'affare si concretizza e a 27 anni si pensa di acquistare un giocatore già pronto per il campionato italiano. Del resto è considerato il centrocampista migliore del campionato ed aveva vinto il premio come miglior giocatore della coppa d'Asia 1996. "Non è un'operazione commerciale, l'abbiamo preso perché è il miglior giocatore giapponese" ruggisce Zampa, "diventerà protagonista anche qui", giusto per aumentare le aspettative; "Un esterno sinistro, la mia specialità sono gli assist", si presenta il giocatore che deve sostituire Alvaro Recoba, ovvero colui che aveva trascinato letteralmente la squadra alla salvezza l'anno scorso; il compito non è facile e infatti quando si tirano le somme gli assist sono pochi e le 24 presenze sono deludenti. Alla fine della stagione il Venezia retrocede e Nanami torna allo Jublio Iwata...

Nanami

Shunsuke Nakamura di tutti i calciatori sbarcati dalla nazione del Sol levante, è probabilmente quello che si è guadagnato il maggiore consenso all'estero. Gloria dei Yokohama Marinos (MVP del campionato nel 2001), ma non basta per essere convocato ai Mondiali 2002. Allora sbarca alla Reggina, a quei tempi matricola terribile del campionato italiano. Ottimo esordio (tre reti nelle prime tre partite) e primo anno fenomenale con 7 reti che aiutano la squadra calabrese a salvarsi; le altre due stagioni sono fatte di tanti alti e bassi, quello che è certo è il suo piede sinistro incantevole. Se ne accorge il Celtic, che lo ingaggia nel 2005. Nonostante la scarsa competitività del campionato scozzese, Nakamura si impone all'attenzione generale grazie alle sue prestazioni nelle coppe europee che i bianco verdi disputano regolarmente: il giapponese si impone come uno dei migliori specialisti su calcio di punizione, guardate questo video, segna da qualunque posizione e in qualunque modo! Diventa in fretta uno degli idoli della esigente tifoseria scozzese e un giocatore fondamentale della squadra. Nel 2009 viene ceduto in Spagna all'Espanyol ma trova poco spazio. A 32 anni decide di tornare in patria, sempre ai Yokohama Marinos dove gioca tuttora...

Nakamura

Dimenticabile l'esperienza italiana di Atsushi Yanagisawa.
Yanagisawa
Presentato in Italia come promettente bomber giapponese, forte delle 71 reti in sette stagioni ai Kashima Antlers, nonostante l'impegno non è riuscito a segnare una rete nei due anni italiani. Nel 2001 segna nell'amichevole pareggiata contro l'Italia per 1-1, ma è solo due anni più tardi che viene portato nel nostro campionato dalla Sampdoria; autore dell'acquisto Giuseppe Marotta (ora DT della Juve). Sul campo Novellino lo schiera come ala sinistra, troppo lontano dalla porta; qualche buona prestazione ma sono di più le prestazioni negative, infatti a fine stagione viene ceduto; crede in lui il Messina di Piero Franza ma in 28 partite di campionato il nostro non realizza neanche una rete. Anche lui ritorna in patria dove ricomincia a segnare...troppa evidentemente, la differenza tecnica tra i due campionati...