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domenica 18 gennaio 2015

COPPIE MAGICHE - Cafu & Candela

Precedenti puntate: Henry & Trezeguet

Per molti sono stati il segreto di Pulcinella della Roma che ha vinto lo scudetto nel 2001, una squadra che aveva tanti giocatori importanti tra centrocampo e attacco, ma che come terzini poteva schierare due giocatori fenomenali che le dirette concorrenti non avevano e che spesso hanno fatto la differenza: Cafu e Vincent Candela!

Marcos Evangelista de Moraes, per tutti Cafu, incarna alla perfezione il classico stereotipo del terzino brasiliano: ovvero quello che si fionda in avanti appena possibile e se poi la diagonale difensiva non è sempre perfetta, pazienza.
Anche perché poi quando a fine stagione si andavano a contare le reti create dalle galoppate travolgenti sulla fascia destra, spesso superavano quelle causate da amnesie difensive. Arriva in Italia molto tardi, nel 1997, quando Cafu compie 27 anni. Lo acquista la Roma di Franco Sensi e a valorizzarlo ci pensa Zdenek Zeman che con il suo classico 4-3-3 permette al giocatore brasiliano di esprimere tutte le sue qualità. Nato come attaccante esterno all'inizio della sua carriera, Cafu ha progressivamente arretrato il suo raggio d'azione fino a diventare un terzino destro molto offensivo. Soprannominato dai tifosi romanisti "Pendolino" per la sua velocità (il pendolino era il treno più veloce di qualche anno fa), è rimasto a Roma fino al 2003 quando a 33 anni passa al Milan. Si pensava che fosse un giocatore finito, invece ha giocato fino a 38 anni sempre dando un apprezzabile contributo (tant'è che i rossoneri dopo il suo ritiro non hanno mai trovato un sostituto all'altezza). Primatista di presenze con la nazionale brasiliana (142), due Mondiali vinti e il primato di tre finali disputate (dal 1994 al 2002, persa solo quella del 1998). Cafu ha ottenuto riconoscimenti importanti tra i quali l'inserimento nella hall of fame della Roma e la nomina nella squadra ideale degli anni 2000 redatta dal Sun, a conferma dell'impatto che ha avuto il brasiliano sul calcio mondiale.


Candela invece sulla fascia sinistra era il perfetto equilibratore della squadra. Molto intelligente tatticamente, fisico compatto e grande resistenza, queste le sue armi migliori
Candela durante la breve esperienza a
Messina, da notare lo sponsor Air Malta
sulla maglietta!
Il terzino francese era stato praticamente ceduto all'Inter e il giocatore aveva già dato il suo consenso all'operazione. Ma il mister Capello non ci pensa nemmeno di privarsi di una delle colonne della Roma, quindi Candela rinuncia al trasferimento. All'inizio il rapporto con i tifosi è parecchio deteriorato, ma dopo una serie di ottime prestazioni, il quasi trasferimento viene perdonato e il coro dedicato al terzino francese torna a risuonare all'Olimpico (olele, olala, Vincent Candela, Vincent Candela!). Nel gennaio 2005 finisce la sua esperienza romana, gioca per metà stagione in Inghilterra al Bolton, torna in Italia all'Udinese e al Messina, rimasto senza squadra nel 2007 si ritira, "il calcio è cambiato, adesso i calciatori sono tutti più alti, più rapidi e hanno meno cervello". La partita del suo addio al calcio si gioca a Roma, tra la squadra scudettata del 2001 e la Francia campione del mondo 1998 in uno stadio gremito che rende il giusto tributo al numero 32 romanista.

martedì 21 ottobre 2014

I Balcani, il calcio e la politica (3/3)

Prima puntata: gli scontri tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa e il preludio della guerra
Seconda puntata: il ruolo del comandante Arkan

Ultimo post di questo viaggio nei tormentati Balcani e stavolta si parla di uno dei calciatori più carismatici e controversi usciti da quella ragione: Sinisa Mihajlovic.
Nato a Vukovar nel 1969, cresce nella Vojvodina prima di essere comprato dalla Stella Rossa nell'inverno 1991; nella squadra di Belgrado vince anche una coppa dei Campioni e una coppa Intercontinentale, prima di finire in quello che vent'anni fa era certamente il sogno di buona parte dei calciatori: il campionato italiano! Ecco allora Mihajlovic che viene acquistato dalla Roma; due stagioni in giallorosso, poi Sampdoria fino al 1998 quando i blucerchiati retrocedono in serie B. Torna a Roma, questa volta però con la casacca della Lazio: sei stagioni entusiasmanti, nonostante l'età non più verdissima. Per chiudere i due anni all'Inter, più con un ruolo di chioccia all'interno dello spogliatoio che giocatore, fino a quando al termine della stagione 2006 appende gli scarpini al chiodo.
Capace di segnare 97 reti in carriera, una cifra sbalorditiva per un difensore! Merito soprattutto dei suoi calci da fermo, rigori e soprattutto punizioni; ha anche stabilito il record di reti segnate su punizione in una partita, 3 in occasione di un Lazio-Sampdoria finito 5-2 (eguagliato il record che curiosamente deteneva in precedenza un altro laziale, Beppe Signori che in un Lazio-Atalanta 3-1 del 1994 segnò due punizioni di seconda e una punizione diretta, mentre Mihajlovic ha realizzato tutte le sue tre reti con punizioni dirette). Nato come centrocampista esterno, in Italia ha progressivamente arretrato il raggio d'azione fino a trovare la sua collocazione naturale col mister Sven-Göran Eriksson che alla Samp lo schiera per la prima volta al centro della difesa dove può sfruttare il suo lancio millimetrico e il suo senso della posizione che compensa la scarsa velocità.

Un giovane Mihajlovic e Arkan
Ma Mihajlovic è un personaggio che oltre alle sue giocate sul campo da calcio, ha fatto discutere per le sue prese di posizione. La questione più spinosa: l'amicizia con il comandante Arkan e con Slobodan Milosevic (tutti e due accusati di crimini contro l'umanità). Nel post precedente, avevo accennato allo striscione dedicato dai tifosi di destra della Lazio alla memoria di Arkan ("Onore alla tigre Arkan") subito dopo la sua morte e della reazione del croato Boksic, compagno di squadra di Mihajlovic. Si dice addirittura che lo striscione sia stato commissionato direttamente da Sinisa; quello che è certo è che il giocatore fece uscire un necrologio su un giornale serbo per l'amico assassinato. A distanza di anni il giocatore ricorda così quel momento: "Lo rifarei il necrologio perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri, Da fuori, seduti in poltrona, è stato facile puntare il dito". Ancora su Arkan: "Non rinnego quel necrologio, ma non difendo i suoi crimini. Quelli restano. Sono orribili. E li condanno. Come tutti i crimini commessi, da una parte e dall'altra. In una guerra civile non esistono i buoni e i cattivi".

Altra amicizia scomoda, quella con Milosevic: "Ci ho parlato tre-quattro volte. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di Belgrado e mi diceva 'Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno problemi in questa terra'. So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta". Parole importanti, così come quando parla della guerra civile che ha spezzato un paese e anche la sua famiglia: "Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. Il mio migliore amico ha devastato la mia casa. Quando i miei genitori hanno lasciato Vukovar per Belgrado, mio zio, croato e fratello di mia madre, le ha telefonato: 'Perché sei scappata? Dovevi rimanere qui, così ammazzavamo tuo marito, quel porco serbo di merda'. Mesi dopo mio zio fu catturato da Arkan, stava per essere ucciso, ma gli trovarono addosso il mio numero di cellulare. Mi chiamarono, e riuscii a salvargli la vita". L'ultima volta che Mihajlovic è stato nella sua Vukovar è stato nel 1991: "Era rasa al suolo, non riuscivo neanche a orientarmi. Solo scheletri di palazzi e macchine ammassate per creare trincee. Spettrale. Ricordo lo sguardo di due ragazzini di 10 anni, imbracciavano i mitra. Avevano occhi da uomini in corpi da bambini. Occhi tristi che avevano già visto tutto, tranne l'infanzia. Non sono più tornato a Vukovar". La guerra con tutti gli orrori che si porta dietro; come quando a Roma, Sinisa apre il Messaggero e vede la foto di due persone che conosce, ormai cadaveri con il titolo 'Due croati uccisi da cecchini serbi'. "Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere".
E' un nostalgico di Tito; "Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme, del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando", ma non è un fascista ("sono più comunista di tanti") piuttosto un nazionalista se significa "amare la mia terra e la mia nazione".

Uno con le idee chiare Mihajlovic; durante la sua parentesi da C.T. serbo escluse il talentuoso Adem Ljajic perché non cantava l'inno insieme ai compagni. Ljajic è figlio di bosniaci e di religione mussulmana, ma le regole fissate da Mihajlovic erano chiare, niente inno, niente convocazioni: "Avevamo una Nazionale fortissima: ma ognuno faceva come voleva, per questo non vincevamo niente. Ho capito dopo che la disciplina è fondamentale".

Ha dato del "negro di merda" a Patrick Viera, ha sputato ad Adrian Mutu e si è preso a testate con Ibrahimovic e curiosamente se li è sempre ritrovati in squadra durante la sua carriera da allenatore. E' sceso in campo con una maglietta con disegnato un bersaglio come protesta contro i bombardamenti del 1999. Ha definito Ratko Mladic un grande guerriero che combatte per il suo popolo. Personaggio controverso ma mai banale, questo è sicuro, totalmente diverso dalla maggior parte dei suoi colleghi.

9 ottobre 1999, ultima gara per la qualificazione agli Europei. Dentro o fuori. "Lo stadio di Zagabria era un vulcano. Polizia ovunque. Avevamo ancora la guerra sulla pelle. In campo c'erano tanti ex compagni della vecchia Nazionale. Stavolta uno contro l'altro. Io ero uno di loro...". Il campo di gioco è una bolgia: guardo verso la curva croata, c'è uno striscione 'Vukovar 1991', la città simbolo della guerra, dove sono nato e cresciuto. Mi avvicino, mi inginocchio e mi faccio il segno della croce per ricordare i serbi caduti. Lo stadio per poco non viene giù. Mi urlano di tutto. Ma ogni volta che batto una punizione o un calcio d'angolo non vola una mosca per il timore. Prendo un palo, una traversa e faccio due assist per i gol di Mijatovic e Stankovic: 2-2, qualificazione ed eliminazione della Croazia. Sui giornali serbi prendo 10 in pagella. Quella resta la partita più sentita della mia carriera, non la dimenticherò mai".

Fonti: Gazzetta dello sport - Corriere della Sera

sabato 15 giugno 2013

So long, Mido!

Signori, ha appeso le scarpe al chiodo un grande talento di questo sport che tanto ci piace...Abdelamid Hossam Ahmed Hussein, meglio conosciuto come Mido!

Egiziano, nato nel 1983, si ritira quindi a soli 30 anni, davvero pochi, ma del resto la sua carriera era in parabola discendente da molti anni... Si mette in mostra giovanissimo in patria allo Zamalek e viene acquistato nel 2000 dai belgi del Gent per poi passare all'Ajax la stagione successiva. Ad Amsterdam però cominciano i problemi: del resto trovarsi in squadra "teste calde" come Zlatan Ibrahimovic e Andy van der Meyde, non aiuta. Come ricorda van der Meyde nella sua biografia, Mido e Ibrahimovic si sfidavano in folli corse in macchina sulle strade della periferia di Amsterdam. Ma i due attaccanti ci mettono poco a litigare, e al termine di una discussione piuttosto animata dopo una sconfitta contro il PSV Eindhoven, l'egiziano lancia un paio di forbici contro lo svedese, che per fortuna si conficcano nel muro. Ibra nella sua biografia, a proposito di Mido: "E' come me, ma peggio".


Lascia l'Ajax ma continuano i problemi disciplinari e non poteva mancare uno scazzo con Didier Drogba suo compagno di squadra al Marsiglia nel 2003-04: prima erano amici, poi quando Drogba ha conquistato le simpatie dell'allenatore Anigo e il posto da titolare, l'ivoriano ha rivelato che Mido non gli rispondeva più al cellulare. Quando Ibrahimovic arriva alla Juve nell'estate 2004, anche Mido arriva in Italia acquistato dalla Roma (squadra che per tanto tempo aveva seguito Ibrahimovic). Ovviamente la presentazione dell'egiziano è sopra le righe e Mido non si tira indietro nel confronto col suo "rivale": Ibrahimovic è bravo ma io segno di più! A Roma 8 presenze e 0 reti...


Altri problemi anche in nazionale. Durante la coppa d'Africa 2006, Mido ha avuto una discussione col suo commissario tecnico Shehata a causa di una sostituzione non gradita nella semifinale contro il Senegal; l'Egitto poi ha vinto il torneo e Mido ha guardato la finale dalla tribuna. Dopo due buoni stagioni col Tottenham (dal 2005 al 2007), la carriera dell'attaccante egiziano è stata uno stanco trascinarsi nella vana speranza di f
Middlesbrough, Wigan, Zamalek, West Ham, ancora Ajax e ancora Zamalek, prima di chiudere quest'anno con il Barnsley (seconda categoria inglese). Lascia con 23 gol in 51 presenze con la nazionale e tanti rimpianti per un talento che doveva essere fruttato molto meglio...

sabato 16 marzo 2013

I PATACCARI - Adnan Adel Aref Al Qaddumi

Di pataccari, la storia recente del calcio italiano comincia ne è piena. Pataccari, imbroglioni, delinquenti, chiamateli come volete.
L'ultimo in ordine di tempo è lo sceicco Adnan Adel Aref Al Qaddumi, che ha tentato di avvicinarsi alla Roma. Il copione è il solito:
1) La dichiarazione d'amore e l'entusiasmo dei tifosi - "Con Roma c'è un legame speciale" dice lo sceicco, "Faremo grandi cose". Che bello, quanto ammmore! E ovviamente anche gli ultrà non stanno nella pelle e appena sentono la parola "sceicco", si immaginano nella loro squadra i grandi campioni. Il problema è quando anche nelle redazioni dei giornali sportivi ci sono i tifosi, ma questo è un altro problema...

Orgasmi multipli nella redazione del Corriere...

2) Il momento dei dubbi - I problemi cominciano quando alle dichiarazioni roboanti non seguono i fatti; in questo caso molti si sono fatti delle domande quando, a fronte dei presunti 2 miliardi di euro di patrimonio personale, si è scoperto che l'abitazione di al Qaddumi é un appartamento a Cordigliano (provincia di Perugia) di due camere, cucina e bagno e la moglie è un'impiegata comunale...non proprio una vita da sceicco! Insospettiva anche il fatto delle mancate acquisizioni dell'Acqua Marcia e dell'hotel Eden a Roma e il fatto che, a parte queste poche notizie, di lui non si sapeva nulla. Altri dubbi quando lo sceicco avrebbe preteso un ruolo all'interno della società per Michele Padovano, ex Juve, ma soprattutto condannato a 8 anni per traffico di stupefacenti e pupillo di Moggi (e non so quale delle due cose è peggio...)

3) Il bidone - Entro il 14 Marzo avrebbe dovuto sborsare 50 milioni di euro...Ma da qualche giorno di Al Qaddumi non si ha nessuna notizia...Strano, vero?

4) L'indagine della magistratura - Accusa di aggiotaggio, viste le forti oscillazioni del titolo in Borsa, iniziate con la notizia dell'arrivo dello sceicco.

Non ditemi che voi vi fidereste di uno così!

Addio Adnan, torna nel tuo bilocale di Cordigliano!