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lunedì 6 aprile 2015

Una vita da mediano - Renato Olive

"Sempre lì, lì nel mezzo, finchè ce n'hai stai lì" (Una vita da mediano, Ligabue) 

Renato Olive è uno di quelli che conosce per davvero il significato della parola "gavetta". Nato a Fasano in provincia di Bari nel 1971, cresce nelle giovanili del Monopoli. Dopo una breve esperienza alla Vis Pesaro e una terribile doppia retrocessione con il Lecce (dalla A alla C1 in due stagioni) dopo aver assaporato brevemente l'esordio in serie A avvenuto nel 1994, riparte con la Fidelis Andria.  La grande occasione arriva durante la seconda stagione ad Andria, quando viene ceduto in Umbria, a Perugia. E' l'inizio di un cammino quasi impensabile dove insieme a tanti giocatori provenienti dalle serie inferiori come lui (per non parlare di quel mister bizzarro che allena col cappellino e si chiama Serse Cosmi) e stranieri sconosciuti, produrrà due stagioni favolose con promozione in serie A (spareggio vinto col Torino ai rigori) e salvezza tranquillissima l'anno dopo. 
La consacrazione per il centrocampista arriva col trasferimento a Bologna, dove in tre anni diventa un pilastro della squadra rossoblu, raccogliendo grandi elogi individuali e anche dei buoni risultati di squadra. 
E' un centrocampista che lotta, che rincorre l'avversario, dal tackle duro e dalla grande resistenza fisica; ma di Olive ci si ricorda anche per un buon tempismo negli inserimenti a palla ferma, visto che colleziona 13 reti nelle sue 5 stagioni tra Perugia e Bologna! 

Si può dire che il centrocampista pugliese abbia lasciato un ottimo ricordo praticamente in tutte le squadre in cui ha giocato tranne che a Napoli. Dopo i tre anni di Bologna, Olive sente la necessità di cambiare aria e la squadra partenopea è reduce da due stagioni disastrose visto che non è riuscita a conquistare la promozione in serie A (anzi, addirittura l'anno precedente aveva chiuso al sedicesimo posto). Le trattative per l'ingaggio di Olive andavano per le lunghe anche perché il giocatore chiedeva molti soldi; a 31 anni potrebbe essere l'ultimo grande contratto della carriera e il centrocampista
pugliese vuole capitalizzare i tanti km percorsi. La trattativa è serrata ma alla fine le due parti trovano l'accordo e Olive si aggiunge a tanti giocatori di esperienza come i difensori Massimo Carrera e Sean Sogliano, centrocampisti come Dario Marcolin, Vidigal, Davide Dionigi e due bomber con parentele importanti: Max Vieri, fratello di Christian e figlio di Bob) e Gianluca Savoldi figlio di un grande bomber della storia napoletana, Giuseppe Savoldi (nonché primo calciatore per cui venne speso un miliardo di lire nel lontano 1975). Purtroppo in un campionato difficile come la serie B, avere una squadra di grandi nomi serve a poco se poi non c'è la sostanza. Va detto che c'erano gravi problemi finanziari e il nostro Olive si fece rappresentante dei calciatori per esigere gli stipendi non corrisposti dalla società durante la stagione. Alla fine i problemi economici non si risolsero e a fine luglio il Napoli viene dichiarato fallito e costretto a ripartire dalla C1. Olive più di tutti viene ricordato con fastidio perché oltre ad aver giocato molto male, dopo un infortunio alla mandibola accusato in gennaio (con tempi di recupero stabiliti normalmente in poco più di due mesi), non è più sceso in campo facendo imbestialire i tifosi napoletani. In pratica la carriera di Olive si chiude qui (10 presenze in tre anni tra Parma, Catania e Bologna), prima dell'ultima stagione a Ravenna nel 2007-08 senza riuscire ad evitare la retrocessione in C1 della squadra romagnola.

Olive comincia ad allenare, entrando a far parte dello staff di Roberto Donadoni al Parma. Purtroppo la situazione del club emiliano è nota a tutti e dopo la stagione di Napoli, un'altra parentesi sfortunata per l'ex centrocampista pugliese. Ma non preoccupatevi. Lui non molla. Non l'ha mai fatto...   

giovedì 30 ottobre 2014

R.I.P. - Klas Ingesson

Mi ricordo uno svedese alto (1,90) e grosso (86 kg). D'altronde Bologna è la città delle torri.

Mi ricordo di aver pensato che con lui in mediana a coprire Marocchi e l'altro svedese Andersson in attacco si poteva fare qualche bel campionato.

Mi ricordo la maglietta sempre a maniche corte. Sempre. Primavera, estate, autunno, inverno.

In tackle su Gattuso
Mi ricordo il numero 8 sulla maglietta.

Mi ricordo che pensavo che l'8 in teoria spetterebbe ai giocatori "buoni".

Mi ricordo come ci ho messo pochissimo a convincermi che fosse un giocatore buono, anche se i piedi non erano quelli di Kolyvanov.

Mi ricordo un rigore che ha fatto retrocedere la Sampdoria in serie B, segnato con la professionalità che tutti dovrebbero mostrare anche nelle ultime gare di campionato.

Mi ricordo che a Bologna lo avevamo soprannominato "taglialegna", perché una volta un giornalista lo aveva chiamato, ma lui si era negato visto che stava davvero tagliando gli alberi!

Mi ricordo che Eugenio Fascetti lo nominò capitano del Bari. "Ma mister, non parlo italiano". "Fa niente" rispose Fascetti, "fallo col cuore".

Scambio di gagliardetti con Antonio Conte
Mi ricordo che venne acclamato come un eroe insieme ai suoi compagni, dopo il terzo posto della Svezia al mondiale USA '94.

Mi ricordo che disse: "Ho mollato per 10 secondi,quando mi dissero 'hai il cancro'. Poi ho ricominciato a lottare come facevo in campo. Ora ce la sto facendo, il cancro è più piccolo di me, ha sbagliato corpo". Ci eravamo illusi tutti.

Mi ricordo il paradosso di un così poderoso giocatore costretto sulla sedia a rotelle a causa dell'osteoporosi, le ossa che diventano fragili come cristalli. Il braccio fratturato e il femore rotto dopo banali cadute. Ho saputo solo oggi che una settimana fa aveva rassegnato le dimissioni da allenatore dell'Elfsborg. Eppure continuava a progettare il futuro della squadra, faceva progetti . La dirigenza sapeva dell'aggravarsi della sua situazione, ma lui non voleva creare problemi al club. Come se il cancro l'avessero loro. "La malattia mi fa stare troppo male per il momento e non voglio che l’attenzione stia su di me. Devo pensare al meglio della squadra".

Mi ricordo che avevo un idolo quando ero piccolo.

Mi ricordo il coro ritmato dello stadio: Klas Klas Ingesson! Klas Klas Ingesson!

Mi ricorderò per sempre di Klas Ingesson, grande campione venuto dalla Svezia.

Ciao Klas

domenica 13 ottobre 2013

Lo strano caso di Dr. Eriberto e Mr. Luciano

E' il 94esimo e c'è una punizione dal lato destro del campo e il Venezia deve rimontare un gol di Binotto. Tutta la squadra in area di rigore, compreso il portiere Taibi. Batte Enrico Buonocore. Cerca di attuare uno schema, ma la palla è talmente lenta che viene intercettata da uno dei due componenti della barriera, che inizia a correre verso la porta sguarnita. Il povero Sergio Volpi, cerca di fermarlo, prova a strappargli la maglietta, non ci riesce; allora prova a tranciargli le gambe: neanche sfiorato, troppo lento Volpi e troppo veloce questo ragazzo nero con la maglia gialla da trasferta del Bologna. Fa 80 metri, praticamente l'intero campo. Basta un tiro appena angolato per depositare in rete. L'unica cosa che ho pensato dopo questa cavalcata è stata: "Un infarto, un infarto, mioddio ho un infarto!!!"


C'è stato un periodo in cui Eriberto Conceiçao da Silva era il beniamino di noi tifosi del Bologna. Certo, non sapeva fare grandi cose, ma correva. Correva velocissimo. Era incostante, spesso sbagliava le cose più elementari e subito dopo faceva un dribbling impossibile. Poi quel periodo è finito: troppa vita notturna fuori dal campo (compreso un incidente sui viali che circondano la città, presi in contromano e corsa finita contro un'utilitaria), troppa indolenza sul campo. Allora nel 2000-01 è stato ceduto in serie B al Chievo, all'epoca sconosciuta squadra di un quartiere di Verona; 4 reti (il doppio di quelle segnate in due anni a Bologna) e arriva subito la promozione. Il primo anno in serie A è incredibile, sia per il Chievo che per Eriberto: 5° posto (e qualificazione alla coppa Uefa) per la squadra allenata da Delneri  e la consacrazione per il brasiliano. Con 4 reti e la fascia destra di sua proprietà, mentre sulla fascia sinistra gioca Thomas Manfredini, classe '70, cresciuto nelle giovanili della Juve e alla prima esperienza in serie A dopo tanta gavetta. Sono le frecce nere del Chievo e conquistano le attenzioni di tutte le grandi squadre. Particolarmente interessata è la Lazio che propone qualcosa come 24 milioni di euro per le due ali del Chievo (18 per Eriberto e 6 per Manfredini) più Emanuele Pesaresi. L'affare non va in porto perché il Bologna (che era ancora comproprietario del cartellino del giocatore) si mette di traverso, preferirebbe venderlo alla Juve per ricevere qualche giocatore in cambio. Le trattative sono estenuanti.


Poi in quell'estate 2002 succede qualcosa. Squilla il telefono di Campedelli, presidente del Chievo, dall'altro capo del telefono c'è l'ala brasiliana che da Rio de Janeiro confessa: "Non sono Eriberto. Mi chiamo Luciano Siqueira de Oliveira. Non sono nato il 21 gennaio 1979, ma il 3 dicembre 1975". Non ho l'età, canterebbe Gigliola Cinquetti. Dopo la rivelazione del giocatore cominciano a girare voci abbastanza preoccupanti, ad esempio di una banda di criminali che lo ricattava e minacciava di rivelare il segreto a tutti, ma a rivelare come sono andate le cose ci pensa lo stesso giocatore. Nel 1996, Luciano è un ragazzo povero che vuole entrare nelle giovanili del Palmeiras, storica big del calcio brasiliano, ma ha già 21 anni e non interessa più di tanto ai club brasiliani, un 17enne invece è molto più appetibile...

I quattro anni in più, gli consentono di imporsi sui veri ragazzini brasiliani e il suo nome comincia a circolare. Col Palmeiras vince una coppa del Brasile nel 1998 e in estate viene acquistato dal Bologna per 5 miliardi di dollari. Il resto è storia nota.
Il figlio nato nel 2000, non ha avuto il cognome del padre per tentare di tenere nascosto il cambio d'identità ma su pressione della moglie il giocatore si è liberato di questo peso e riappropriato della sua identità. Non c'erano ricatti, c'è stata semplicemente una fuga dalla povertà. Dopo un attimo di sbigottimento e rabbia, il presidente Campedelli (che sperava di ricavare dalla cessione del giocatore soldi vitali per le casse della società), tutto il Chievo e più in generale il mondo del calcio italiano, aspettano a braccia aperte il suo ritorno in Italia e gli mostrano una grande solidarietà, così come il suo compagno di fascia sinistra Manfredini (lui sì passato alla Lazio). Verrà squalificato (inizialmente per un anno, poi ridotta a sei mesi visto il pentimento e la collaborazione con la magistratura). Ma torna ed è molto più tranquillo, gioca anche 6 mesi all'Inter senza lasciare grandi ricordi. Dopo Sergio Pellissier è il giocatore che detiene più presenze in serie A nella storia del club, avendo vestito la maglia gialloblu per 231 volte...


"In effetti mi sembrava più vecchio, lo prendevamo sempre in giro per questo" il ricordo dell'ex compagno al Bologna, Gianluca Pagliuca